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API - CULTURA

 

 

TECNICA APISTICA, OVVERO NOI SI FA COSI'

 

Su web si trovano decine di siti, alcuni davvero ben fatti, che forniscono informazioni su tecnica apistica e produzione di miele. Noi ci guardiamo bene dal volerli emulare sia per rispetto di chi, magari con titoli di studio specifici, ha fatto dell’apicoltura la sua attività professionale sia in quanto... rischieremmo di essere ripetitivi e forse non all’altezza. Il nostro intento è "solo" quello di fornire, a chi volesse avvicinarsi al mondo delle api o fosse solo un po’ curioso, alcune indicazioni su quello che facciamo ed abbiamo fatto nel rapportaci alle “nostre apine”.

Una delle prime cose che abbiamo appreso è - infatti - che spesso non c’è un’unica strada da seguire ma più d’una, probabilmente tutte egualmente valide; e che conta, molto, moltissimo, l’esperienza che ogni apicoltore riesce a maturare. Così ci consigliamo spesso con amici colleghi ma, alla fin fine, cerchiamo di sbagliare da soli, contando anche un po’ sul fatto che quello dell’apicoltura è un mondo ancora in parte sconosciuto ed aperto alle più varie sperimentazioni empiriche.

 

Indice

 

Il nostro miele di acacia, 2011

I primi passi

 

La scelta del luogo e del supporto.

Come abbiamo già detto a proposito del miele, prima di tutto è il caso di scegliere la zona in cui collocare l'apiario, inteso come l’insieme di alcune arnie, optando - a nostro avviso necessariamente - per un luogo distante il più possibile da aree urbanizzate, strade, siti industriali, discariche, coltivazioni intensive e, magari, anche vigne di grandi aziende. Questo per evitare che i prodotti delle api possano venire contaminati da elementi inquinanti e anche, come nel caso della consigliata distanza da vigne e coltivazioni, per impedire che le api stesse possano morire andando a “bottinare” su fiori trattati con antiparassitari (come i temutissimi, e per fortuna per adesso banditi in Toscana, neonicotinoidi).

Nella scelta della zona si dovrà tenere anche conto della vegetazione circostante, che dovrebbe essere preferibilmente varia e con piante che fioriscono in periodi diversi; ciò per garantire polline e nettare alle api in un range di tempo più ampio possibile. Sulle colline intorno a Firenze si possono trovare agevolmente zone con acacie, castagni, pascoli con fiori spontanei, qualche abete; magari con piante primaticce come rosmarino, biancospino, mandorli e ciliegi. Del pari, in caso di zone non pianeggianti, si dovrà calcolare se porre le arnie sopra o sotto le zone dove presumibilmente le api andranno, nel raggio di 3 km, a bottinare. Se, infatti, l'apiario è posto più in basso rispetto ai boschi o ai prati, le api saliranno quando sono a vuoto ma saranno in discesa quando torneranno all'alveare col loro carico, in ciò essendo agevolate.

 

Scelta la zona, dovremo individuare un sito sul quale creare l’apiario. Il posto prescelto dovrà essere non eccessivamente ventoso, con meno umidità possibile, con esposizione sud-est, nelle vicinanze di una fonte naturale di approvvigionamento idrico, con alberi di tipo non sempre verde sotto le fronde dei quali collocare le arnie; l’erba dovrà essere ben rasata, non dovranno esserci ostacoli a meno di 4/5 metri dal prospetto frontale delle arnie e l’accesso dal lato posteriore dovrà essere libero e semplice. Per quanto riguarda la distanza da rispettare da strade o altre proprietà, questa è fissata dalla L.R.T. 69/1995 in 10 metri (15 davanti), a meno che non esistano siepi, muri o ripari di altezza minima di due metri. A nostro avviso è preferibile aumentare comunque tale distanza e non collocare le arnie in prossimità di abitazioni o luoghi comunque deputati allo stazionamento di persone; questo non perché le api costituiscano di per sé un problema, siano pericolose o aggressive, ma perché è facile avere vicini che hanno paura, sono polemici o semplicemente “rompiballe”.

Direi che sia il caso di fornire qualche spiegazione sul perché di alcune delle scelte che abbiamo appena indicato, partendo dal dire che alle api non da’ tanto fastidio il freddo o il caldo quanto l’umidità ed il vento forte, che le ostacola quando tornano in volo all’alveare. L’esposizione a sud-est è richiesta, poi, dal fatto che il sole esercita una importanza fondamentale sul comportamento delle api, motivo per cui è opportuno che il davanti delle arnie riceva i primi raggi del sole mattutino. Per la stessa ragione è importante porre le arnie sotto un albero che possa fare ombra l’estate, in modo da contribuire a mantenere bassa la temperatura, ma che perda le foglie l’inverno, in modo da permettere al sole di raggiungere le arnie stesse. La necessità della mancanza di ostacoli intorno all’apiario è dovuta alla esigenza di accedere dal lato posteriore ed al fatto che le api, quando partono dal predellino di involo, è meglio abbiano la via sgombra per evitare inutili e faticosi giri a vuoto.

Sempre a proposito della location da scegliere, è a nostro avviso utile poterci arrivare con l’auto o direttamente o nelle immediate vicinanze; questo perché, quando si devono prelevare i melari pieni di miele, essi pesano molto e, magari col caldo e tutti intabarrati nella tuta, la cosa può diventare un vero supplizio.

Una volta scelto il sito, è opportuno trovare un basamento sul quale collocare le arnie, la base delle quali è il caso si trovi a circa 40 cm dal suolo. In questo caso conta l’altezza dell’operatore e la sua preferenza personale, in quanto è opportuno, dovendo lavorare alle arnie e impilarci magari anche 3 o 4 melari, che non siano né troppo in alto né troppo in basso per evitare mal di schiena o sforzi eccessivi. Il piano deve essere leggermente inclinato in avanti, per permettere ad un eventuale ristagno di umidità di scolare senza rimanere all’interno delle arnie. Come basamento possono essere usati tanti materiali ed oggetti diversi: intelaiature di ferro saldato infisso nel terreno, mattoni con sopra assi o una vecchia porta, casse rovesciate di metallo e via dicendo con ciò che si ha disposizione o soddisfa anche il nostro senso estetico.

Nelle foto a destra le varie fasi della sistemazione del sito che, una sera di Marzo 2011, ha accolto Pina di ritorno da Firenze: il terreno è stato pulito e sono stati costruiti due "pilastrini" di mattoni rinforzati da sassi; sopra è stata disposta una vecchia porta che ospiterà tre arnie. Nelle ultime foto: in una le api premono sulla chiusura della porticina, tenuta da nastro adesivo; nell'altra bevono dalla sistola per annaffiare che gocciola.

 
 
 
 
 

Una volta sistemato l’apiario, prima di accogliere le nostre eroine, si potranno disegnare sul frontale di ogni singola arnia dei segni diversi, con più vuoti che pieni, come un cerchio, un triangolo, un quadrato e via dicendo, evitando i colori diversi in quanto, sembra, le api non riescano a vederli. Lo scopo di questo piccolo accorgimento è quello di aiutare le api a riconoscere la loro “casa”, evitando pericolosi fenomeni di deriva. Ricordiamo che quando abbiamo una fila anche solo di 5 o 6 arnie eguali tra loro, magari in periodi di forti fioriture, è facile che le api sbaglino arnia ed entrino in quella limitrofa. Se si avvicineranno cariche di miele o polline le api guardiane non le ostacoleranno, motivo per cui – sempre al fine di evitare la deriva, veicolo della diffusione di eventuali patologie – più interventi di aiuto nell’orientamento porremo in essere e meglio sarà. Personalmente preferiamo, per lo stesso motivo, evitare lunghe teorie di arnie, ritenendo più opportuno disporle, invece, in piccole file separate o sfalsate tra loro.

Prima di abbandonare la nostra chiacchierata sul luogo da scegliere, anticipiamo che è preferibile sceglierne due, che distino l’uno dall’altro almeno 3 km in linea d’aria, nei quali collocare almeno tre arnie in ognuno. Questo, all’inizio, ci costringerà a giri assurdi per visitare tutte le nostre arnie ma dopo ci agevolerà... come vedremo parlando sia della creazione di nuovi nuclei che delle patologie delle api.

 

L’arrivo delle api.

Immaginiamo adesso di avere sistemato il sito e di essere andati, di buon mattino o la sera tardi, a comprare gli sciami con i quali dar vita alla nostra attività di apicoltori. Gli sciami vengono venduti in appositi porta-sciami, in legno o in polistirolo espanso, che hanno un piccolo sportellino anteriore, un foro chiuso da una rete sotto, un coperchio sopra. Quando li prendiamo accertiamoci che lo sportellino sia chiuso e che il coperchio sia fissato con del nastro adesivo, di modo da impedire alle api di uscire. Carichiamole in macchina (se proprio vogliamo esagerare delimitiamo i posti anteriori dell’auto dal resto con una rete tipo zanzariera) e partiamo alla volta del nostro apiario, cercando di non metterci più di un‘ora o massimo due di tempo ed avendo cura di tenere i finestrini posteriori dell’auto aperti (il vento le calma).

 

Una volta raggiunto il nostro apiario, meglio a nostro avviso se la sera tardi, depositeremo il porta-sciami accanto all’arnia che dovrà ospitare la famiglia, ci ricorderemo di aprire lo sportellino anteriore e... ce la daremo a gambe molto velocemente! Ciò in quanto le api, seppure ormai sia quasi buio, si saranno innervosite per il viaggio e lo spostamento.

Dopo due o tre giorni potremo andare a traslocare le api dal porta-sciami all’arnia, con un’operazione da farsi – come la maggior parte di quelle che faremo da ora in poi – al mattino prima che il sole sia troppo alto. Nella foto a destra vediamo il porta-sciami e due arnie, una contraddistinta da un triangolo e l'altra da un cerchio; sui predellini di involo ci sono un po' di api, ancora spaesate per il trasferimento.

 

 

 

Prima di spiegare come trasferire le api nella loro dimora definitiva è il caso di descrivere come è fatta un’arnia. Questa è costituita da una parte più grande, di forma di parallelepipedo, che prende il nome di nido, sopra la quale viene posto un altro parallelepipedo, più piccolo, che si chiama melario. Come suggeriscono i nomi, il nido è quello in cui trovano alloggio le api, mentre il melario è deputato allo stoccaggio del miele di scorta. La base dell’arnia è costituita da un cassettino di metallo (chiamato “anti-varroa”) sopra il quale vi è una retina. L’interno sia del nido che del melario è organizzato con supporti di metallo sui quali vengono collocati i telai, che le api costruiscono  partendo da un foglio cereo fissato a caldo sui telai stessi.

 

Ora, le api, se non avessero tali telai con la falsa riga degli esagoni tracciati sul foglio cereo, costruirebbero da sole cellette con esagoni perfetti, un po’ più grandi, in quello che sarebbe un bellissimo favo naturale. Lo scopo di usare i telai è del tutto funzionale all’apicoltore e, segnatamente, alle operazioni di controllo delle api, di cura, di raccolta del miele. La parte superiore dell’arnia (lasciando perdere per adesso il melario) è costituita dal copri-favo, al centro del quale vi è un foro coperto da una rotella che, posizionabile su quattro posizioni, permette la totale o parziale chiusura; sopra il copri-favo vi è un coperchio di legno, rivestito di alluminio. L’arnia, sul davanti, ha una piccola tettoia, sotto la quale si apre la porticina, che affaccia sul predellino di involo; da tale porta escono ed entrano le api.

Tutto ciò brevemente ma necessariamente premesso, torniamo al giorno del trasferimento delle api. La prima cosa che faremo – una volta vestita tuta, maschera, guanti ed acceso l’affumicatore con un sacco di juta arrotolato –  sarà togliere coperchio e copri-favo dell’arnia; apriremo quindi il coperchio del porta-sciami, dando qualche buffetto di fumo per placare le api, e si prenderanno con l’apposita pinza tutti i telai coperti di api. Li depositeremo, partendo dal centro, negli appositi supporti del nido dell’arnia facendo attenzione e lasciare compatti i telai con la covata e facendo attenzione a non uccidere, nella manovra, l’ape regina. Una volta posti al centro i cinque telai con le api, si porranno a fianco (ma potremo anche intervallare i due telai più esterni ad altri nuovi), sia a destra che a sinistra, altri telai da costruire. Se la stagione è ancora fredda, invece di mettere tutti telai nuovi, sarà meglio inserire un diaframma dopo due telai vergini, al fine di contenere la dispersione del calore; successivamente si potrà togliere il diaframma sostituendolo con altri telai da costruire.

 

Una volta finito il trasbordo delle api che erano sui telai ci renderemo, però, conto che parecchie api sono ancora sul fondo del porta-sciami o, preso il volo, vi stanno tornando. Si dovrà, pertanto, prendere il porta-sciami, capovolgerlo sull’arnia e dare un paio di colpi secchi per far cadere le api; le ultime rimaste potranno essere, dolcemente ma in modo deciso, spazzolate per farle cadere. Nella foto a destra si vede proprio questa manovra: mentre uno usa l'affumicatore, l'altro scuote il porta-sciami dal quale cadono ancora tante api.

A questo punto avremo finito, ricordandoci di lasciare per almeno un’altra giornata il porta-sciami a fianco dell’arnia, per permettere ad eventuali ritardatarie di non perdersi.

 
 

Come si controllano le arnie.

I parte, ovvero delle verifiche invernali.

Dopo una settimana o due dall’arrivo delle api si dovranno iniziare i controlli periodici che sono il primo momento in cui ci si trova davvero faccia a faccia con le  nostre nuove amiche; ed anche faccia a faccia con quelle che potrebbero essere le nostre fobie verso tanti esserini volanti e ronzanti che, fino a questo momento, abbiamo osservato sempre un poco da lontano. Durante l'intero arco dell’anno - seppure in modi diversi - si deve verificare lo stato di salute di ogni singola famiglia, così chiamando l’insieme delle api che, ognuna con un’ape regina, vive in un’arnia in numero oscillante dalle trenta alle settantamila unità.

Dopo circa 15 giorni dalla collocazione degli sciami nelle arnie, la temperatura esterna potrà ancora non essere così mite da permetterci di effettuare dei controlli diretti, ad arnia aperta. Lo stesso accadrà, gli anni a venire, nel periodo invernale quando non si dovranno aprire i coperchi per non abbassare la temperatura interna delle arnie che le api, con un sistema incredibile di movimento dei muscoli delle ali e la posizione “a glomere”, riescono a mantenere oltre  20 gradi centigradi. Così, in questi momenti, potremo accovacciarci accanto all’arnia, appoggiare l’orecchio ad una parete, bussare in modo deciso un paio di volte. Dovremo sentire una risposta altrettanto decisa, omogenea, che non dovrà ricordarci un pianto o un lamento; impareremo col tempo a riconoscere “la voce” di una famiglia in buona salute, che sarà tanto più intensa quante più saranno le api all’interno.

Un altro indicatore di come procede la vita nell’arnia ci può essere fornito dall’osservazione del vassoio antivarroa: innanzitutto osserveremo delle strisce di residui di cera, sporcizia, frammenti di api morte, disposti in modo longitudinale rispetto all’arnia, in corrispondenza dei telai; così, contando il numero di tali strisce, sapremo quanti telai occupano le nostre api e valuteremo quindi la forza della famiglia. Ma tali residui ci potranno dare altre preziose informazioni: se sono composti da cera chiara sapremo che questa deriva dall’apertura degli opercoli con i quali sono chiuse le cellette che contengono il miele e, di conseguenza, sapremo che le nostre api stanno consumando le scorte.

 

 

Se, invece, il colore della cera sarà scuro, dato che scuri sono gli opercoli che chiudono le cellette destinate ad ospitare la covata, apprenderemo che le nostre giovani api stanno nascendo, rompendo gli opercoli. Nella foto a lato cera chiara a sinistra, cera scura e varroe sulla destra. Un’ultima verifica che, soprattutto successivamente, l’esperienza ci permetterà di fare è quella sul peso dell’arnia: alzandola e soppesandola capiremo se le scorte di miele sono in fondo o se ve n’è in quantità sufficiente. Nel primo caso dovremo intervenire ponendo del candito all’interno del coprifavo, sotto il coperchio, in prossimità del foro che porremo su posizione aperta (metteremo il candito in un sacchetto da surgelatore, verificando che sia libera la via di accesso dal foro).

 

Prima di affrontare l'argomento di come si effettuano i controlli veri e propri, ad arnia aperta, è il caso di spendere due parole sugli strumenti e gli inconvenienti del mestiere...

     

Gli strumenti del mestiere.

Gli strumenti del mestiere sono molto pochi. Primo fra tutti il nostro d.p.i. (dispositivo di protezione individuale) che può esser costituito da una tuta o da una casacca, entrambe con maschera per il volto, o da una semplice maschera da indossare sopra normali indumenti. La più sicura è, a nostro avviso, la tuta: che ha un colletto imbottito sul quale si innesta perfettamente la maschera, tenuta chiusa da un elastico; è però scomoda, in quanto ci si deve in pratica cambiare d’abito, mentre la casacca la si può indossare sopra altri indumenti ma garantisce un livello di protezione leggermente inferiore. Ricordiamo, infatti, che le api hanno un pungiglione talmente robusto e lungo da bucare, senza grossi problemi, il tessuto di cotone della tuta o della casacca; ecco che, se vogliamo stare proprio tranquilli, può essere consigliabile indossare sotto vestiti spessi, che però diventano insopportabili col periodo caldo. Per lo stesso motivo, se magari non si hanno troppi capelli, sotto la maschera può essere utile mettere un berretto, che se con visiera può distanziare ancora meglio la retina dal volto. Per quanto riguarda le scarpe, la cosa migliore sono stivali, anche di gomma, alti sotto il ginocchio con la tuta o i pantaloni messi dentro e leggermente rimborsati, per ostacolare le api nell’eventuale (ma poco probabile) discesa all’interno delle calzature. I guanti devono essere apposta, di pelle e con la copertura, in stoffa pesante, che arriva fino al gomito e qui chiude con un elastico; lo scopo è di coprire al meglio la zona che più è destinata ad entrare in contatto con le nostre amiche api.

Strumento molto importante è l’affumicatore, costituito da un cilindro di metallo con un coperchio ed un beccuccio ed un piccolo mantice sulla parte posteriore. Conviene caricarlo con pigne secche, erba secca compressa, teli di juta avvolti e stretti che vanno accesi con una fiaccola o un accendino; appena il fuoco ha preso va chiuso il coperchio e, soffiando col mantice, si deve far uscire il fumo che tranquillizzerà le api. Non preoccupatevi, perché per una delle varie leggi di Murphy, farà un sacco di fumo denso quando non ci serve e se ne resta lì attaccato all’arnia; poi, nei momenti in cui sembra di avere intorno tutte la api del mondo... smetterà di funzionare. Altro oggetto importante è la pinza, con la quale si sollevano i telai ed i vari tipi di leva che servono per tutto; togliere la propoli, staccare i telai, tagliare il candito e via dicendo. Se ne può fare benissimo a meno e prendere i telai con le mani ma, a nostro avviso, tra la poca sensibilità che si ha coi guanti e le tante api intorno è sconsigliabile farlo.

 
 
 
 

II parte, dei controlli veri e propri.

Tralasciando volutamente qualsiasi spiegazione sul funzionamento di quel microcosmo perfetto che ci piace definire l’alveare, cerchiamo di descrivere come verificare, in periodo non invernale, lo stato di salute delle nostre api. La prima cosa da fare è scegliere una bella giornata, senza minacce di piogge all’orizzonte, senza vento e con una temperatura mite; nel momento più caldo del giorno, con una temperatura mai inferiore ai 10 gradi (meglio se parecchi di più) inizieremo il nostro controllo. Prima di vestirci a dovere, dobbiamo ricordare di evitare colori troppo scuri e profumi di qualsiasi tipo: niente dopobarba, creme, saponi o deodoranti forti che potrebbero infastidire o rendere aggressive le api. Una volta pronti ci avvicineremo alla prima arnia della fila, cercando di non fare troppo rumore; daremo una sbuffata di fumo col nostro affumicatore dalla porticina anteriore e poi solleveremo il coperchio. Quindi infileremo la leva in un paio di punti, tra il legno dell’arnia ed il copri-favo, e faremo leva per far saltare le vere e proprie saldature di propoli che certamente troveremo. Una volta sbloccato il copri-favo lo solleveremo quel tanto che basta a infilare il beccuccio dell’affumicatore dentro e daremo qualche altro colpetto di fumo. A questo punto alzeremo, prendendolo per  due lati, il copri-favo e... avremo davanti i nostri telai (da cinque a nove a seconda di quanti ne avremo collocati all’interno dell’arnia, ricorrendo o meno ai diaframmi) coperti di api. In questo periodo, fine di Marzo inizi di Aprile, le api dovrebbero essere abbastanza tranquille, non aggressive, ancora un poco infreddolite ma mettiamo in conto che alcune decine si alzino in volo e volino sopra la cassa e sopra di noi. Una volta presa un po’ di familiarità con la nuova situazione, usiamo la leva per sbloccare – facendo perno sul telaio accanto – il primo telaio partendo da un lato; ripetiamo la stessa operazione con il lato opposto ed accertiamoci di avere rimosso la propoli.

 

 

Adesso prendiamo il telaio al centro, usando la pinza, facendo attenzione a non schiacciare le api che, man mano che muoviamo la pinza, ci faranno spazio. Preso saldamente il telaio lo dovremo alzare verso l’alto, facendo molto piano, al fine di permettere alle api di spostarsi e tenendolo in posizione perpendicolare, per evitare di schiacciarle tra i telai. Una volta estratto il telaio lo depositeremo, delicatamente, di fianco all’arnia o lo agganceremo al supporto in metallo che, nel frattempo, avremo attaccato all’esterno dell’arnia stessa. Prima di appoggiare il telaio guardiamolo, per accertarci che non vi sia la regina e per controllarne lo stato (come vedremo di seguito). 

     

A questo punto avremo un po’ più di spazio nell’arnia, per cui potremo prendere, nel modo appena visto, il secondo telaio che – una volta controllato – metteremo, scrupolosamente volto nella stessa direzione dalla quale lo abbiamo tolto, al posto del primo. Proseguiremo così fino ad arrivare all’ultimo telaio; quindi li sposteremo nuovamente tutti nella posizione originaria oppure, il che va bene lo stesso, rimetteremo nel posto lasciato vuoto il primo telaio che avevamo tolto.

Nel mentre avremo fatto questa operazione di verifica avremo usato, senza eccedere, l’affumicatore che col suo alito caldo e denso contribuisce a tenere tranquille le nostre api. La ragione di tale fatto sembra risieda in meccanismi atavici di memoria collettiva o di imprinting, per cui il fumo sembra rievochi gli incendi della foresta quando le api, in favi naturali, rimanevano all’interno degli stessi per sfuggire alle fiamme e per difendere la loro regina. Una teoria che amplia e specifica quella appena esposta vuole che le api, sentito il pericolo costituito dall'incendio in arrivo, si rimpinzassero di miele, per sciamare ed abbandonare l'alveare; in questo modo,  ben satolle di miele, non potevano pungere in quanto, per usare il pungiglione devono inarcare l'addome, cosa resa impossibile dal miele ingerito. Così usando l'affumicatore si indurrebbero le api a pensare ad altro che pungere l'operatore.

     

Tornando alla nostra attività, a questo punto potremo richiudere il copri-favo, muovendolo lentamente come a massaggiare la api che potrebbero esservi rimaste sotto e facendo molta attenzione a non ucciderne troppe; poi chiuderemo anche il coperchio, ponendovi sopra qualche pietra per evitare che il vento o qualche cinghiale curioso lo possa sollevare. Passeremo a questo punto alle altre famiglie. Al di là di come fare per aprire le arnie ed estrarre i telai, è necessario cercare di capire cosa guardare, anche se in questo può aiutare solo l’esperienza e qualche visita in apiario assieme ad apicoltori esperti. Innanzitutto, come anticipato, si deve individuare la regina, cosa non facile soprattutto se – come nel nostro caso – non la si è marcata con un pennarello colorato. Spesso la regina si trova sui telai centrali, dove c’è polline e dove c’è covata ma a volte è coperta dalle ancelle che la rendono praticamente invisibile. Nella foto a destra si intravede Mafalda, Aprile 2011, più rossastra e lunga delle operaie.

Questa operazione di controllo è fondamentale perché una famiglia orfana è destinata a soccombere se le api stesse o noi non poniamo in essere le manovre correttive opportune: creazione di celle reali in presenza di covata con meno di tre giorni o inserimento di una regina già fecondata o di una cella reale con larva negli altri casi. La seconda cosa da verificare è, poi, che vi sia covata e lo stato della stessa, che vi siano scorte di miele, che non vi siano segnali di patologie (come cercheremo di spiegare nella parte sulle malattie delle api e le profilassi da seguire).

 

     

I telai e la sciamatura

Nel periodo tardo primaverile le arnie devono scoppiare di api, sovraffollate come la metro in orario di punta. Già questo è un buon indizio di salubrità della famiglia, ma è opportuno controllare vari indicatori. Innanzitutto, come già visto, il ronzio che promana dalle api deve essere regolare, non simile ad un lamento o a un pianto; l’odore che promana dall’arnia deve essere “di buono”, ovviamente di miele e mai, per nessun motivo, sgradevole o di marcio. I telai del nido devono avere la covata compatta, scorte di miele nella parte alta, qualche celletta con polline fresco. Se osserviamo le cellette opercolate (quelle chiuse, appunto, con gli opercoli,) all’interno delle quali vi è la covata, dobbiamo trovarle con gli opercoli pari o convessi, non concavi. Gli opercoli non devono presentare fori, anche se talvolta una pupa può avere iniziato a romperli ed essere morta, motivo per cui non sempre ci si deve allarmare per la presenza di fori sulle cellette. Alcune cellette vuote, spesso in ordine simmetrico, sembra siano da considerare del tutto normali, ed atte a permettere alle api di scaldare la covata.  Il controllo che andremo, pertanto, a fare dovrà limitarsi a verificare la situazione sopra descritta, a verificare la presenza della regina e la mancanza di celle reali. Nel caso in cui le dovessimo osservare – simili a arachidi americane – se accertata la presenza dell’ape regina, le dovremo distruggere una ad una, per evitare che le api si accingano a sciamare.

     

La foto l'ho fatta a Giugno 2011, in Francia. Ritrae un'ape, sporca di polline mentre bottina un fiore

     

La gestione delle sciamature.

A primavera, a volte già dai primi tepori dell’inizio di Marzo, a volte un poco più tardi, è opportuno verificare costantemente, in occasione dei nostri controlli, che le nostre api non abbiano voglia di sciamare: non abbiano, cioè, quella che viene definita “febbre sciamina”. Quando nascono le nuove api, soprattutto se tante, lo spazio nell’alveare diventa poco. Così le api tendono a costruire celle reali, al fine di allevare una nuova regina. Se non interverremo nel bloccare o gestire questa operazione, subito prima della nascita della nuova regina, la vecchia se ne andrà con un bel gruppo di api. Stazionerà nelle immediate vicinanze per circa tre giorni e poi... se ne andrà in cerca di una destinazione definitiva. Andando, però, molto presumibilmente, incontro a morte sicura diventando uno sciame naturale che nessuno curerà dalle attuali gravi patologie che affliggono le api. E’, quindi, necessario controllare le arnie poco più di una volta la settimana, per distruggere le celle reali e non dare tempo di allevare una nuova regina. In alternativa è possibile prendere un telaio con una o due celle reali, meglio se già chiuse, e creare un nucleo artificiale. Si prende, in pratica, un porta sciami vuoto; si pone al centro il telaio con la/le cella/e reali, si aggiungono ai lati due telai con api e covata presi da altre famiglie, un telaio con miele di scorta ed un telaio vuoto da costruire. In questo modo, una volta che nascerà la nuova regina, avremo creato una nuova famiglia che, controllata e seguita con cura, verrà trasferita in un’arnia (quando sarà almeno su cinque telai pieni di covata ed api). In ogni caso, anche se divideremo noi la famiglia o cercheremo di distruggere le celle reali o i meri abbozzi di celle reali, non sempre saremo al riparo dal fenomeno delle sciamature. Vi sono, infatti, famiglie che, per loro natura, tendono a sciamare anche più volte ed anche quando non vi sono particolari problemi di super affollamento. In questi casi l’unico rimedio è controllare spesso le nostre api, notando tutti quei fenomeni che avvertono dell’intenzione di sciamare coma la “barba”: come viene chiamato un gruppo numeroso di api che, legate l’una all’altra, stazionano sotto il predellino di involo. Utile è anche verificare che, magari su rami di alberi vicini, non vi siano sciami che dovremo andare a recuperare. Per far ciò è sufficiente porre un porta sciami sotto il ramo e tagliarlo o scuoterlo violentemente, facendo in modo che la regina cada nel porta sciami. La cosa non è difficile, a patto che lo sciame non sia andato a posarsi a dieci metri di altezza o non si sia infilato in un buco nel muro o nella cassa di un avvolgibile!

 

La raccolta del miele

Prima.

Cambiando la tempistica delle fioriture da regione a regione, questa parte del nostro discorrere è riferita ai luoghi, provincia di Firenze, in cui teniamo le nostre api. A primavera, quando iniziano le prime fioriture, è opportuno togliere il candito e, casomai, sostituirlo con un poco di sciroppo (fatto in casa con zucchero, acqua, succo di limone) che stimola la ripresa delle attività dalla calma nella quale le api hanno trascorso l’inverno. In ogni caso, fin dai primi raggi di sole, le bottinatrici iniziano molto presto la raccolta di polline e di nettare: col primo dei quali nutrire api e covata, col secondo dei quali produrre miele. Man mano che sbocciano i fiori tende ad aumentare l’attività di raccolta, con nugoli di api che creano una sorta di “autostrada” davanti alle arnie, in direzione dei prati o dei primi alberi in fiore: mandorli, prugnoli, poi ciliegi e così via. Dopo che le api avranno rimpinguato le scorte per l’inverno, è il caso di iniziare a pensare di mettere i melari, calcolando se sia il caso di metterli con la prima fioritura dell’acacia o ancora prima cercando di produrre un po’ di millefiori. Una volta fatta la nostra scelta, legata anche al periodo ed alla forza di ogni singola famiglia, porremo l’escludi-regina sopra l’arnia e su di esso appoggeremo delicatamente il melario; quindi chiuderemo con coprifavo e coperchio. Se la temperatura lo consiglia potremo anche togliere la porta, che avremo già in precedenza messo su posizione estiva, per agevolare le api nel deposito del miele all’interno dell’arnia. Prima di continuare dobbiamo spendere due parole sull’escludi-regina che non tutti gli apicoltori impiegano. Tale strumento è costituito da una griglia di metallo, una sorta di rete, che permette alle api ma non alla regina di salire nel melario. Se, comunque, le rallenta - e questo è il motivo per cui non tutti lo usano - impedisce alla regina di andare a covare nel melario, evitando che il miele venga “sporcato” dalla covata. In questo modo avremo due grossi vantaggi: eviteremo che nel melario vi siano esuvie (residui organici delle api) che possono “sporcare” il miele peggiorandone la qualità e possono favorire la presenza della tarma della cera, di cui tra poco.

Durante.

Man mano, poi, che le api colmano il melario ci si dovrà apprestare a metterne un secondo e magari un terzo, sempre a patto che la fioritura che vogliamo raccogliere continui ad essere abbondante. Per far ciò dovremo togliere il primo melario, facendo attenzione a non sollevare l’escludi-regina, e mettere il secondo a contatto con l’arnia; il primo lo ricollocheremo sopra per permettere alle api di completarlo e di opercolarlo successivamente. Tale inversione dei melari è, secondo noi, preferibile perché le api non troveranno la via ostruita da telai colmi di miele e saliranno più agilmente. Per contro si fa più fatica e si può creare un certo disorientamento, nel caso in cui il primo melario non sia stato colmato del tutto. Ricordiamo che, soprattutto quando vi sono fioriture “importanti” come acacia e castagno, le api possono essere innervosite dalla nostra presenza, che non potrà neppure essere attutita dall’uso dell’affumicatore, che non deve mai essere usato quando vi è produzione di miele che intendiamo raccogliere.

Dopo.

Finita la fioritura di nostro interesse, se vogliamo un miele mono-floreale puro, dobbiamo togliere velocemente i melari per impedire alle api di depositare miele di altro tipo. Anche in questo, però, dobbiamo fare attenzione: il miele, per conservarsi e non fermentare, deve avere un’umidità non superiore al 18%. Ora le api, in uno dei tanti affascinanti “miracoli” dei quali sono protagoniste, opercolano i favi, li chiudono cioè con gli opercoli di cera, quando il miele è intorno a tale percentuale di umidità. Se togliamo prima i melari, cercando che l’acacia ad esempio sia il più pura possibile, rischiamo di portarci a casa un miele troppo umido, destinato a fermentare e ad essere quasi immangiabile. Così è consigliabile impiegare un refrattometro, un apparecchio usato anche in viticoltura che permette di misurare la percentuale di umidità del miele. Nel caso in cui fossimo costretti a togliere, comunque, i melari anche con un’umidità eccessiva potremo cercare di abbassarla con un sistema abbastanza semplice: portiamo i melari in laboratorio, li poniamo sfalsati uno sull’altro, mettiamo a loro fianco un deumidificatore ambientale e copriamo il tutto con un telo; in un paio di giorni dovremmo riuscire ad abbassare l’umidità del nostro miele anche di due o tre punti percentuali. Tornando in apiario, per togliere i melari adoperiamo uno strumento, chiamato “api-scampo” che ci costringe a tornare in apiario più volte prima di finire le operazioni di smielatura; rispetta maggiormente le api, però, e questo per noi è l’importante! L’api-scampo è una assicella, da posare subito sopra l’escludi-regina, con al centro un disco di metallo con due fori sotto ed uno sopra. All’interno di questo dischetto si trova una spirale che le api devono percorrere per spostarsi dal melario al nido, ma che impedisce l’accesso contrario almeno per un paio di giorni, finché le api non imparano il trucco.  Quindi, nel dettaglio, ci si reca in apiario nel mezzo del giorno, quando le bottinatrici sono fuori, si alzano i melari e si colloca l’api-scampo facendo attenzione a metterlo nel verso giusto (i due fori verso l'alto). Si torna dopo un giorno e mezzo o due, par dare il tempo alle api di abbandonare i melari ma prima che abbiano imparato la via inversa, e in teoria si trovano i melari con pochissime api all’interno, tanto poche che basta spazzolarle con delicata decisione. Se ne sono rimaste troppe si può anche usare un soffiatore a motore elettrico o a scoppio che le soffia via, limitandosi come effetto negativo solo a intontirle un po’. A questo punto, facendo attenzione che altre api non si depositino nei melari che stiamo spostando, li copriremo con un telo umido e li metteremo in macchina o su un carrello e partiremo alla volta del laboratorio!

 

La stessa... modella francese!

Dall’apiario al laboratorio e ancora in senso inverso...

Una volta portati i melari nel laboratorio, questi vengono impilati e presi uno ad uno. Si pongono i telai sul banco disopercolatore, si toglie l’opercolo (la cera che copre ogni singola celletta nella quale è racchiuso il miele) usando l’apposita forchetta, si pongono i telai nello smielatore e si centrifuga per una decina di minuti. Il miele, in tal modo, viene espulso per effetto della forza centrifuga, dalle cellette e si raccoglie nel fondo dello smielatore. Da qui viene spillato in un secchio per uso alimentare e quindi versato nei maturatori (fusti di acciaio inox), dopo essere passato da un duplice filtro: a rete in acciaio e a calza. Il miele vi rimane per circa un mese, periodo di tempo grazie al quale le bolle d’aria salgono verso l’altro e creano una specie di schiuma, non bella ma molto buona. Trascorso questo periodo viene versato direttamente nel barattoli ed è pronto per il consumo.

Nel fare queste semplici operazioni si deve ricordare che il miele è fortemente igroscopico e che tende a raccogliere eventuali sapori ed odori estranei che rischiano di danneggiarne la purezza. Così il laboratorio deve essere pulito, al pari delle mani di chi lavora, non si deve assolutamente fumare nè usare profumi personali o ambientali di sorta; infine l’ambiente in cui si lavora deve avere una umidità relativa controllata (noi usiamo un semplice deumidificatore). Una volta tolto il miele dai melari, è bene che questi vengano portati di nuovo in apiario e collocati, con l’api-scampo in posizione aperta, sulle arnie anche in quantità di tre o quattro per famiglia: in questo modo le api andranno a ripulire perfettamente dal miele residuo i telai, che dopo due o tre giorni andremo a recuperare. Anche in questo caso dovremo ricordarci di chiudere gli api-scampo e di tornare, dopo circa due giorni, a riprendere i melari. A questo punto i melari saranno ben asciutti e pronti per il nuovo anno, ma necessiteranno prima di essere trattati contro la tarma della cera, come vedremo più sotto a proposito di patologie e profilassi.

Verso la chiusura del cerchio.

Quando avremo finito con le operazioni di stoccaggio di miele e melari ci troveremo all’inizio della stagione autunnale, quando si dovranno fare altri trattamenti con acido ossalico, controllare la caduta di varroa nei cassettini e prepararsi al pre-invernamento. Si dovranno, cioè, controllare le scorte di miele nel nido (almeno 4 telai ad arnia, se possibile) e si dovranno spostare ai lati dell’arnia i telai vecchi, quelli da sostituire perché troppo scuri. Così, quando le api diminuiranno e faranno il “glomere”, potremo sostituire i telai vecchi con altri nuovi, da costruire ed avere sempre telai di cera chiara, dove le api stanno meglio ed anche i controlli sono più facili. Così, diminuendo le attività in apiario, ci troveremo nel periodo invernale nel quale l’apicoltore riposa, ben ricordandosi di verificare, con i controlli invernali, lo stato di salute delle api, la necessità di collocare candito tra coprifavo e coperchio (o nel nutritore a tasca), quella di ripetere i trattamento con acido ossalico.

Patologie e profilassi

 

La peste.

Le api possono essere affette da varie patologie, alcune delle quali “incurabili” come la peste europea o americana. Queste, con singole differenze tra l’una e l’altra in merito alle quali non è il caso di addentrarsi in questa sede, possono essere diagnosticate con semplici metodi empirici, non certo infallibili ma utili per un costante controllo della salute delle nostre api. Come accennato nella sessione sui controlli, indice della presenza delle temute pesti sono: cattivo odore (di marcio) percepito al momento dell’apertura dell’arnia, poca covata e non compatta, presenza di cellette con l’opercolatura infossata, convessa, spesso con fori praticati non al centro della celletta. In questi casi si può infilare nella celletta esaminata uno stecchino ed osservarne il contenuto: se fuoriesce una sostanza marrone, maleodorante, che crea dei filamenti, saremo in presenza di peste americana.

 

Nella foto sopra le macchie rotonde rosso/marrone sono varroe morte

 

Purtroppo talvolta questa prova del nove può non dire il vero ed essere comunque al cospetto della malattia anche senza la suddetta viscosità)  così come se la larva è essiccata non sarà facile notare questo segnale o l’altro della ligula della pupa estroflessa verso l’alto. Per tale motivo si può ricorrere ai kit, monouso, che si trovano in commercio e che possono essere utilizzati in caso di dubbio sulla presenza della peste americana o europea. Una volta certi della patologia si deve notificare la cosa alla A.s.l. competente che “bloccherà” l’intero apiario e quelli presenti nel raggio di 3 chilometri da esso. Come è evidente, si tratta di una patologia altamente grave ed a rapida diffusione, con le spore, termo-resistenti, capaci di rimanere latenti anche per trentacinque anni, tale da richiedere l’intervento dell’autorità veterinaria che opera una specie di quarantena all’intero sito. Se abbiamo la disgrazia – e, purtroppo, prima o poi capiterà a tutti in quanto la peste, in misura di norma non dannosa per le api, è sempre  presente nelle arnie – di trovare una famiglia colpita da peste, si dovrà procedere alla sua immediata soppressione. Si dovrà sigillare con nastro adesivo ogni apertura della cassa, in modo da evitare accesso di aria all’interno, e si infilerà dal foro presente sul coprifavo una pasticca, accesa, di zolfo. In tal modo le api moriranno in breve tempo. Procederemo, quindi, a scavare una buca e a gettarvi tutto il contenuto dell’arnia che daremo subito alle fiamme, Dovremo poi seppellire il tutto, rivoltare la terra sotto l’arnia, abbrustolire con la fiaccola il supporto stesso dell’arnia. Quest’ultima, l’eventuale melario e l’attrezzatura tutta che potrà essere stata a contatto con l’arnia colpita, le invieremo a Bologna, presso un’azienda che tratterà il tutto con i raggi gamma. In alternativa, ma con qualche interrogativo sulla percentuale di successo dell’operazione, potremo abbrustolire l’arnia con la fiaccola e lavarla poi con soda caustica.

La varroa

Un altro grave pericolo per le nostre api è costituito da un acaro importato dall’ape asiatica che, a differenza della nostra, ha imparato a conviverci in simbiosi. Si tratta dell’acaro Varroa jacobsoni che possiamo descrivere come una sorta di piccolissima zecca di colore rosso-bruno, di circa un millimetro di lunghezza, con otto zampe ed un apparato succhiante e pungente. Esso cresce nelle celle chiuse di covata, succhiando l’emolinfa delle larve, e si attacca poi sul dorso delle api che, loro e nostro malgrado, non riescono a scrollarsele di dosso. La varroasi è sempre presente negli alveari ma deve essere contenuta, altrimenti può portare a morte di famiglie intere per collasso da varroa, dato che si sviluppa in modo esponenziale. Quando in un’arnia vi è molta varroa le nuove api possono nascere con gravi malformazioni dato che le pupe si sviluppano con addosso lo sgradito ospite. Per chi, come noi, pratica apicoltura biologica non è possibile ricorrere a farmaci di sintesi ma solo a molecole naturali, da affiancare a corrette pratiche di gestione dell’alveare. Senza entrare troppo nel dettaglio, noi operiamo trattamenti invernali ed estivi con acido ossalico, sia gocciolato sui telai che spruzzato direttamente sulle api. Infatti dopo un 2010/2011 caratterizzati da “follia legislativa” che ha visto il divieto dell’uso dell’acido ossalico, dall’Ottobre 2011 viene autorizzato il libero commercio di un farmaco a base di acido ossalico: l’Api-Bioxal. Nel mese di agosto utilizziamo anche essenza di timolo che però dal 2011 stiamo sostituendo, man mano, con una semplice tecnica meccanica: il blocco di covata al quale far seguire l’usuale trattamento con acido ossalico. Per capire le ragioni di tale operazione si consideri che la varroa nasce nelle celle chiuse in cui, giocoforza, non riesce ad entrare l’acido che siamo soliti usare. Così è necessario indurre un blocco alla ovo-deposizione della regina, al fine di avere un periodo in cui nell’arnia non vi sono celle chiuse. Per far questo è necessario “ingabbiare” la regina per 24 giorni, confinandola in una parte ristretta dell’arnia. A fine Luglio 2011 abbiamo, per la prima volta, impiegato una sorta di escludi-regina verticale per limitarne gli spostamenti ad un solo telaio dell’arnia, inducendo così il blocco di covata sugli altri telai. In realtà il sistema (che speravamo semplice e meno fastidioso per la regina) si è rivelato essere una bella “trappola” ma per noi invece che per le api... dato che ha fallito il suo scopo tranne che su una famiglia. Dal prossimo anno proveremo con le gabbiette di legno nelle quali cercare di convincere ad entrare la regina, cosa non molto semplice dato che può comportare il dover prendere la regina per le ali, senza guanti...!

Chi si accinge a scegliere quale trattamento fare consideri alcuni fattori: operando il blocco di covata si possono lasciare i melari sulle arnie e continuare così a raccogliere il miele; facendo i trattamenti al timolo (per non parlare di quelli chimici che nemmeno prendiamo in considerazione) i melari devono essere tolti, per evitare che il miele assuma cattivi odori e sapori. Non si deve nemmeno dimenticare che, ad oggi, non vi sono soluzioni definitive contro la varroasi e che, quindi, è il caso di prestare molta attenzione alle profilassi che porremmo in essere: il timolo, al 2011, sembra che da solo non riesca a contenere la patologia, motivo per cui crediamo sia il caso di implementare il sistema del blocco di covata, macchinoso ma più efficace. E questo finché, come temiamo, la varroa non diventerà resistente ai principi attivi dell’acido ossalico... In ogni caso, qualsiasi trattamento avremo scelto di porre in essere, è necessario togliere i cassettini sottostanti il nido, pulirli, cospargerli ben bene di olio di vaselina e rimetterli al loro posto. La vaselina impedisce alle varroe che cadranno di risalire nell’arnia ed ostacola anche le formiche che potrebbero mangiare le varroe cadute. In questo modo potremmo non capire bene la quantità di caduta – da controllare dopo una settimana – e, quindi, non valutare in modo appropriato né la salute delle nostre famiglie né l’efficacia della profilassi in atto.

La tarma della cera.

Prima di terminare questa passeggiata nel mondo delle api e del miele, restano da fare due chiacchiere sull’importanza dell’igiene sia nel laboratorio che nella gestione tutta degli apiari. Gli strumenti che usiamo, gli stessi guanti o le tute, possono veicolare infezioni o altre patologie da un’arnia ad un’altra. Così noi, periodicamente, laviamo l’intera attrezzatura (ma anche gli api-scampo e gli escludi-regina) con un prodotto che viene usato per la sterilizzazione degli strumenti chirurgici: l’Oxygen. Prima raschiamo via, a volte con l’ausilio di un phon da restauro o di una fiaccola, le varie incrostazioni di cera o propoli che possono andare a occludere, ad esempio, gli spazi dell’escludi-regina. Particolare attenzione va anche prestata ai telai da nido che, a primavera, togliamo alle famiglie per far posto a covata e scorte nuove. In questi telai si può moltiplicare la Galleria, comunemente chiamata larva della cera, che poi si tramuta in farfalla notturna. Tale lepidottero deposita le sue piccole uova, nerastre, preferibilmente nelle celle dove c’è stata covata. Quando dall’uovo nascono le camole, queste si nutrono della cera, divorandola, e tessendo dei filamenti tipo ragnatela. Se si vogliono, pertanto, conservare le scorte di miele – da rendere alle api in periodi in cui scarseggiano le fioriture – si devono riporre i telai a temperature inferiori ai 10 gradi centigradi, che impediscono lo sviluppo della Galleria. Altrimenti saremo costretti a buttar via i telai, facendo attenzione al modo in cui li andremo a smaltire.

In ogni caso si deve tener presente che la larva della cera è spesso presente nelle nostre arnie ma che, in famiglie sane, non costituisce un problema in quanto viene uccisa dalle api. Ciò comporta che il problema vero si ha quando si tolgono i telai o i melari dalle arnie. Così, prima di stoccare in magazzino i melari, noi facciamo un trattamento microbiologico con il prodotto B401 (commercializzato da Vita-Swarm S.a.s.), a base della varietà Aizawai serotipo 7 del Bacillus thuringiensis, ovviamente ammesso in apicoltura biologica: spruzziamo ogni telaio con tale preparato diluito al 5% in acqua, lo facciamo asciugare al sole e lo rimettiamo al suo posto, con una successo dell’operazione oserei dire totale. Senza scendere troppo nel dettaglio, questo bacillo secerne una tossina che viene mangiata dalle larve della camola; tale tossina attacca le pareti intestinali dell’ospite che entro breve tempo muore. Non è dannosa né per la farfalla adulta né per le api e non lascia alcun residuo nella cera. Al posto di tale metodo c’è chi usa le pastiglie di zolfo ma, a nostro avviso, la cosa è più macchinosa, maleodorante, comunque meno naturale.

     

Conclusioni

     

Gli inconvenienti del mestiere, cioè le punture dell’ape.

Capiamoci subito! Le api, tranne alcuni casi particolari di famiglie aggressive non si sa bene il perché, non attaccano l’uomo senza motivo; anche perché, a differenza delle vespe, quando pungono lasciano il pungiglione infisso nella vittima, ed attaccato al pungiglione rimane parte degli organi interni dell’ape che, di conseguenza, muore. Ecco che l’ape punge solo se in pericolo, sé stessa o la famiglia, o se schiacciata inavvertitamente; motivo per cui con un po’ di attenzione, si possono ridurre al minimo gli incidenti che, comunque, soprattutto all’inizio è cosa normale accadano. L’importante, in fase di prevenzione, è restare calmi, muoversi lentamente senza gesti improvvisi, non far sentire che magari siamo a disagio o abbiamo paura. L’importante è essere ben coperti, non consigliando – personalmente – di fare come alcuni apicoltori che lavorano spesso a mani nude. Il veleno dell’ape è, comunque, doloroso, soprattutto per i primi due o tre minuti dalla puntura; l’intensità del dolore dipende anche dal punto dove veniamo punti, se molto vascolarizzato o meno. Il gonfiore che segue è legato al tipo di reazione che ha ognuno di noi: Sonia gonfia pochissimo, mentre io divento come un salsicciotto per almeno tre giorni. Conviene avere a portata di mano un antistaminico orale o da fare intramuscolo ma, almeno noi, cerchiamo di evitare e di immunizzarci pian piano. O meglio... puntura dopo puntura! In ogni caso può essere consigliabile sottoporsi a test (a Firenze presso l'Ospedale di San Giovanni di Dio) per verificare di non essere allergici, come nel mio caso (Guido) che faccio finta di niente ma mi tengo a portate di mano l'iniettore di adrenalina!

     

Due parole di chiusura.

Onestamente credo che pochi ci avranno seguiti nelle quattro chiacchiere fatte sul nostro modo di fare apicoltura, essendoci in giro davvero molti siti più approfonditi e specialistici. Noi, lo ribadiamo, abbiamo voluto cercare di essere chiari, a volte “terra-terra”, e di entrare nel dettaglio delle pratiche che poniamo in essere, un po’ per ripasso per noi stessi, un po’ quale traccia per chi volesse far seguire qualche arnia alla propria curiosità. Il tutto, avendo in coppia una laurea in giurisprudenza ed una in psicologia ma niente di specifico in materia, davvero senza nessunissima pretesa di completezza o di certezza. Abbiamo raccontato quello che facciamo noi, il nostro modo di fare apicoltura, che prima che di tecnica è fatto di pazienza, passione, amore, per la campagna e per le nostre api!

 

 

Guido & Sonia